Valerio Magrelli: poesie da “Ora serrata retinae”

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ORA SERRATA RETINAE

 

Molto sottrae il sonno alla vita.
L’opera sospinta al margine del giorno
scivola lenta nel silenzio.
La mente sottratta a se stessa
si ricopre di palpebre.
E il sonno si allarga nel sonno
come un secondo corpo intollerabile.

***

Ammirevole è la vita delle cose.
Nulla trapela dai loro gesti
impassibili, presagiti e scelti
come unica e costante idea.
Sono sacerdoti assorti
che occupano questa sala
per un misterioso capitolo.

***

Prima dell’ultima curva del giorno
colgo delle parole con cui dormire:
nella sera esse riprendono
le vesti pesanti e accorte.
Il loro andare è misurato
e come mattoni allineati s’incastonano
nella bianca calce della pagina.
È un muro che scende dall’alto
il lento trascorrere del segno.
Non c’è finestra o spiraglio
ma preziosa e gremita
cura del fitto unire.
Vorrei fosse un’unica figura
la gemma che ancora dura e chiusa
il giardiniere stacca e si regala.

***

Preferisco venire dal silenzio
per parlare. Preparare la parola
con cura, perché arrivi alla sua sponda
scivolando sommessa come una barca,
mentre la scia del pensiero
ne disegna la curva.
La scrittura è una morte serena:
il mondo diventato luminoso si allarga
e brucia per sempre un suo angolo.

***

Così si percorre la vita,
con l’ansia del commensale
tra portate che non arrivano.
Si mangia molto pane e si beve,
molto si conversa di favolosi cibi,
universi d’origano, foreste
d’inauditi sapori. È già tardi
e sul limitare del pasto
in un deserto di molliche dalle segrete forme
(e questo è un piede sinistro, si vede),
la nera morte araba ci congeda.

***

Questa piazza è un orologio vasto
una macchina accordata
che si misura lenta nel tempo.
È un bosco pietrificato,
una scogliera,
la meridiana muta della mente.

***

Essere matita è segreta ambizione.
Bruciare sulla carta lentamente
e nella carta restare
in altra nuova forma suscitato.
Diventare così da carne segno,
da strumento ossatura
esile del pensiero.
Ma questa dolce
eclissi della materia
non sempre è concessa.
C’è chi tramonta solo col suo corpo:
allora più doloroso ne è il distacco.

***

A quest’ora l’occhio
rientra in se stesso.
Il corpo vorrebbe chiudersi nel cervello
per dormire.
Tutte le membra rincasano:
è tardi. E queste due ragazze
sul sedile del treno
s’inclinano col sonno nella testa
stordite dal riposo.
Sono animali al pascolo.

***

Ogni sera chino sul chiaro
orto delle pagine,
colgo i frutti del giorno
e li raduno. Allineati
su filari paralleli corrono i pensieri,
tracce di accorti innesti.
La mia vita è legata
al frugale raccolto,
il suo consumo è quotidiano, dimesso.
Nessuna logica è nel prendere
i fiori o i frutti secchi. L’unica,
e può bastare, è in questa secrezione
spontanea e vegetale dell’idea.
Lenta commozione della terra
che turbata la concepisce. O la cucina
per il suo disadorno commensale.

***

Questo studio è in realtà soltanto
una paziente meteorologia dell’uomo.
Accorta analisi delle maree del pensiero
e delle mutazioni della carne,
che come un pianeta silenzioso lo attrae.
Calcolo delle correnti e dei venti,
dei climi e delle oblique
isobare dello spirito; stesura
delle effemeridi corporali.
Osservatorio appartato d’ogni variazione
che la mente proietta sul cielo del cranio.
Ma in tutto questo ancora
non riesco a prevedere
il passaggio delle comete e delle donne.

***

Io abito il mio cervello
come un tranquillo possidente le sue terre.
Per tutto il giorno il mio lavoro
è nel farle fruttare,
il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
mi affaccio a guardarle
con il pudore dell’uomo
per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
come un tranquillo possidente le sue terre.

***

Foglio bianco
come la cornea d’un occhio.
Io m’appresto a ricamarvi
un’iride e nell’iride incidere
il profondo gorgo della retina.
Lo sguardo allora
germinerà dalla pagina
e s’aprirà una vertigine
in questo quadernetto giallo.

***

È specialmente nel pianto
che l’anima manifesta
la sua presenza
e per una segreta compressione
tramuta in acqua il dolore.
La prima gemmazione dello spirito
è dunque nella lacrima,
parola trasparente e lenta.
Secondo questa elementare alchimia
veramente il pensiero si fa sostanza
come una pietra o un braccio.
E non c’è turbamento nel liquido,
ma solo minerale
sconforto della materia.

***

Il paese del sonno d’estate si allarga.
Le sue acque riflettono
in onde lente ogni gesto.
Sulle sponde sussurrano parole
come erba, mentre in alto trascorrono
le costellazioni dei nostri morti.
Ruota la mente nel cardine della notte;
il ricordo si moltiplica nello spirito
come gli anelli nel tronco degli alberi.

***

S’introduce a volte nel pensiero
come nell’acqua, un riflesso
che l’attraversa e ne misura il fondale.
È un occhio che si apre
dentro le lucide onde e vi affonda.
La linea si distende e la luce
discendendo si quieta.
La mente torna allora a chiudersi
nello sforzo verticale e profondo
della ferita e del gorgo.

***

Il miracolo del riposo torna a compiersi,
l’accorto depositarsi delle gambe,
la cura della stanchezza che sparpaglia
le membra a terra, in gesti sigillati.
È il teatro metafisico del letto
che nasconde assorti bassorilievi:
un uomo corre e una donna alza la mano
per salutare il passante d’un sogno.
Nelle regioni della notte si snoda
la complessa meccanica dell’abbandono.
È una danza rituale che unisce
i termini del sonno, è il sonno stesso
in cui la carne diventa idea.
Ora la solitudine del braccio
si fa parola, nella linea
tracciata lungo il letto come un sentiero.
Così, secondo un ritmo vegetale
si alterna la respirazione della vita
e nel silenzio della mente
le sue radici di ossa cantano,
e nell’oscurità dell’occhio
la mano diventa pupilla.