Molesini: Su “Omeros” di Derek Walcott

Derek-Walcott-at-the-Glob-007 (1)

di ANDREA MOLESINI [in D. Walcott, Omeros, Milano, Adelphi]

Derek Walcott: il suo nome evoca suggestioni dove si mischiano una congerie di idiomi, voci di una natura perfino eccessiva nel suo rigoglio. Nella sua opera la tragedia intrinseca all’esistenza, la miseria della storia umana, e di quella dei Caraibi in particolare, trovano riscatto nella forza dei colori che l’alba riversa nel cielo, nel mare, sugli alberi e sugli uomini. La bellezza del paesaggio sorpreso nella luce obliqua dell’alba e del tramonto, redime ogni traccia dell’agire umano, che si fa pacciame prima ancora delle foglie. “Perché si passa per le dorate allucinazioni della povertà con una rassegnazione corrotta toccata dai dettagli – ha scritto in un saggio di qualche anno fa, – come se gli indigenti nei cortili tinti di arancio, sotto alberi polverosi, o mentre si accalcano nelle favelas, fossero tutti scenografi naturali e la povertà non fosse una condizione ma un’arte. La privazione è resa lirica, e il tramonto, con la pazienza dell’alchimia, quasi trasmuta disperazione in virtù. Nei tropici nulla è più bello della parte dei poveri, nessun teatro è così vivido, volubile, o a buon mercato.” E spesso le poesie di Walcott dicono che l’alba porta con sé gratitudine, perché il risveglio, tra tutti i miracoli che ricorrono, è il più sconvolgente. Non a caso così termina il primo canto del suo lungo e splendido poema Omeros: “Era questa la luce in cui Achille era più felice. Quando, / prima che le mani afferrassero le falche, stava per farsi / penetrare dall’immensità del mare, sentendo il giorno all’inizio.”
Nato nel 1930 da genitori mulatti, discendente di inglesi e di remote generazioni di schiavi, Walcott venne cresciuto nella tradizione metodista ed educato al St. Mary’s College di St. Lucia e alla University of the West Indies. È drammaturgo e poeta, ma anche – e non stupisce – pittore di acquerelli e di olii dai colori incandescenti, e dai contorni esatti. Divide la propria vita tra gli Stati Uniti, dove da decenni tiene corsi di poesia, teatro, storia letteraria, e St. Lucia, l’isola natale, nelle Antille, le Indie Occidentali contese dai trascorsi imperi di Francia, Olanda, Spagna e Inghilterra. Premio Nobel per la letteratura nel 1992, è una delle voci più intense e originali della poesia in lingua inglese del secolo appena concluso. Walcott è uno scrittore diviso tra il senso di appartenenza alla tradizione letteraria anglosassone, e quello di estraneità. Ma questi stessi opposti sentimenti li prova, in modo intenso, appassionato, anche verso la cultura indigena dell’arcipelago, che lo ha per molto tempo considerato una sorta di impudente interprete della lingua della tribù, forse un traditore. “Non sono un bianco, ma non sono neppure un negro,” ha più volte affermato nelle sue conversazioni pubbliche.
Walcott è un motore di immagini, articolate intorno allo stupore primitivo per l’esistenza del suono delle foglie e delle onde, “creature” che rispettivamente incarnano caducità e scansione, l’invecchiare e il ritmo, la sconosciuta materia di cui siamo fatti. Le metafore vengono sbalzate come metallo tra l’incudine e il martello di una lingua ossessionata dalla necessità di comprendere e ridefinire l’intera esperienza dell’uomo dei Caraibi, storica e paesaggistico-esitenziale. Ma gli orrori della Storia, i forti sul mare dove vennero accatastate generazioni di schiavi, questo grumo d’ignominiosi soprusi e di dolore, poco possono contro la maestosa irruenza dell’alba che ancora, giorno dopo giorno, rinnova il suo miracolo e “cola nelle valli, schizza il sangue sui cedri, e inonda il frutteto con la luce del sacrificio.”
Spetta dunque alla generosità della natura redimere l’Uomo: la natura di St. Lucia, di Trinidad, Tobago, Martinica, con gli alberi giganteschi e gli arbusti dai colori estremi, la samànea, lo xeràntemo, l’ailanto, i ligustri, il campéccio e le casuarine; le garzette, gli aironi, gli sgombri e gli spratti, l’aria chiara, il mare dell’azzurro più intenso; tutto si rimescola nella lingua del poeta che apprende e riversa nel suo inglese le voci dei fiori e delle rupi, dei cirri, della pioggia orizzontale nel vento. Ma anche la realtà di un’umanità qualsiasi, come quella dei canali ostruiti che testimoniano il declino dell’impero, fatto anche di “parlamento e fogne intasate”, o di funzionari prigionieri di un polveroso mondo di ricordi; perché il lascito degli imperi occidentali è fatto pure di pigrizia, sciatteria, povertà, sempre riscattate, però, dalle lingue lasciate dietro di sé, l’inglese soprattutto, ma anche il francese, lo spagnolo. Ed ecco che Walcott può parlare delle sue due lingue, l’inglese e il patois creolo, di “una così ricca nelle sue sottigliezze imperiali, nella sua eco del privilegio, / l’altra come le parole arancioni di un pendio disseccato.” E queste due lingue di volta in volta divengono quelle dell’arcipelago britannico e di quello caraibico, ma anche di quest’ultimo e di quello greco (“Sulle mappe i Caraibi / sognano l’Egeo, e l’Egeo dei mari suoi pari”): sono questi i luoghi della sua insaziabile memoria storica, che di tanto in tanto arriva a comprendere anche città europee, come Cracovia, Granada, e la Venezia di Brodskij.
“L’oggetto di una poesia – ha scritto Auden – consiste in una folla di sollecitazioni emotive rievocate, fra le quali rivestono la massima importanza i ricordi di incontri con esseri o eventi sacri.” Gli incontri di Walcott sono anche i luoghi cantati da una poesia capace di descrizioni maniacalmente attente al colore e alla forma di ciascun oggetto, pianta o animale, cioè alla musica intrinseca allo scorrere delle cose. Uno sguardo da pittore figurativo, nutrito dalla luce zenitale del Quattrocento italiano, dagli azzurri che definiscono i profili di montagne e di donne con la stessa svelta, lieve precisione; ma anche uso ai particolari tratteggiati dal pennello di un Vermeer, di un Velasquez. I suoi versi si fondano su un ritmo disteso, tentato dalla prosa, dalle risonanze dell’oceano dall’onda lunga; ma restano ancorati alla scansione giambica. Infatti, “se il verso tradizionale – come affermava Auden, – può essere paragonato alla scultura e il verso libero all’arte del modellare”, Walcott è scultore che modella, perché il suo verso lungo (almeno quello degli ultimi libri, Omeros, The Bounty e Tiepolo’s Hound), che in qualche modo si rifà all’esametro latino, non dimentica nemmeno per un istante il tupùm-tupùm del pentamentro giambico, la collaudata sequenza di cinque pulsazioni cardiache che dura un respiro.
In lui la lingua di Shakespeare viene di continuo assalita e vivificata da inflessioni patois ma anche, in misura minore, olandesi, hindi, francesi e spagnole: “Io sono solamente un negro rosso che ama il mare, / ho avuto una buona istruzione coloniale, / ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese, / sono nessuno o sono una nazione.” Così le differenti razze, le tradizioni legate al dimenticato yoruba, i riti voodoo, i tuberi, le nuvole, gli uccelli, i pesci hanno linguaggi che s’incrociano, aggrovigliano e ridefiniscono nel patchwork rigoroso e sorprendente della poesia, questo “fine antropologico dell’uomo”, per dirla con le parole di Brodskij, suo inseparabile amico. E fu proprio Brodskij a sostenere che le poesie di Walcott “rappresentano una fusione di due versioni dell’infinito: il linguaggio e l’oceano,” e che il padre comune di questi due elementi è il tempo. Il suo senso dell’infinito si annida e si rivela in ogni dettaglio, che viene ritratto con certosina precisione, nel buffo di vento tra i rami, nella vela distante che minaccia di entrare nella stanza, sui fornelli dove ribolle il caffè dell’uomo braccato dall’insonnia, nelle “frasi di un patois radicato in questo pendio di creta / che soffiano tra i germogli del cedro”, nelle pieghe del tovagliolo che già adombrano le rughe in agguato sul viso della ragazza che lo ripone, nei gesti minuti che quotidianamente partecipano al grande spettacolo dell’azione, che è cosa lieta.
Walcott mette in bocca ai pescatori dell’arcipelago versi che riecheggiano le maestose architetture di quelli di Marlowe, di Milton, e sono spesso versi fatti di un inglese franto, a tratti sgrammaticato ma dal lessico precisissimo, scolpiti nella lingua di quanti si guadagnano da vivere sul mare. In questo modo, quando un pescatore di St. Lucia, che sta abbattendo alberi per farne canoe, viene molestato da un nugolo di zanzare, si versa del rum sugli avambracci, “così, almeno, / quelle che appiattiva in asterischi morivano ubriache.” La zanzara appiattita e l’asterisco. È frequente questo discorrere-comparativo tra la realtà e la pagina del libro, e succede che le pagine ora si facciano ali di uccelli, ora luoghi della natura, come quella dell’acqua che s’increspa e scolora, dove i bordi bianchi discorrono con la scrittura che occupa il centro e le anguille tracciano sul fondo sabbioso firme ricorrenti. “Perché la memoria è meno – ha scritto – del posto che vagheggia, da nessun luogo deriva la sua forma / se non per dire che perfino con la merda e l’affanno / di quel che ci facciamo a vicenda, la beatitudine della corrente / contraddice la prosopopea della disperazione / con alcune scintillanti semplici cose, acqua, foglie, e aria, / che eccitano la dissoluzione che va oltre la felicità.”
Poeta dai toni che oscillano tra l’intima, irriverente quiete della lirica e l’oratoria spavalda del teatro, costretto a combinare la cura maniacale del dettaglio con un inconsueto piglio narrativo. Una commistione di racconto, monologo lirico, teatro, attraversata da una tensione risolta con l’energia di un demone; forse perché al proprio demone Walcott ha sempre saputo abbandonarsi con la dovuta, vigile arrendevolezza.