Ennio Abate: Appunti sul nodo Franco Fortini/Milo De Angelis

deangelisfortini

1.
Ha avuto coraggio Giorgio Linguaglossa a sollevare il nodo in questione.
E specie in questo momento, in cui Milo De Angelis è presentato come “il più grande poeta vivente italiano” e a Fortini viene negato persino un Meridiano della sua poesia, concesso invece a molti altri… (Cfr. qui)

2.
È un grande nodo generazionale (tra un “padre del ‘68” e quei “Fratelli amorevoli” che ebbero prima a che fare col ’68, poi col il “ritorno al privato” e alla “parola innamorata”), politico e di storia della poesia, che andrebbe indagato al di là dell’aneddotica apologetica che vorrebbe Fortini mentore del giovane De Angelis e poi maestro superato dall’allievo più giovane e geniale (quasi un ricalco del rapporto tra il giovane Nietzsche e il suo maestro filologo evocato da Fortini in uno scritto di Insistenze…). Ma sollevarlo oggi in un post, presto invaso da fans più o meno agguerriti di De Angelis, è stato controproducente e insoddisfacente – credo – per lo stesso proponente. Perché la sua proposta critica e ben presto stata affondata e deviata in una sterile diatriba tra fans di De Angelis (molti) e qualche obiettore.

3.
Linguaglossa, contrapponendo nettamente Fortini a De Angelis, notava in quest’ultimo un prevalere di «rapporti predicativi (aggettivali)» rispetto a «quelli operativi», ovvero, «sintattici». Detto in parole meno tecniche, riprendeva una tesi di Mengaldo, che appunto ha sottolineato come elemento distintivo di Fortini rispetto alla lirica novecentesca italiana proprio questo suo “ascetismo aggettivale” (controllo della soggettività del linguaggio) per dare il massimo risalto alle cose, ai sostantivi. (Andrebbe ricordato, cosa che Linguaglossa in questa occasione ha forse dato per scontato, lo sfondo teorico marxiano che corroborò tale poetica fortiniana).
Linguaglossa ha dato un giudizio nettamente negativo di questo successo nell’ultimo trentennio presso poeti più giovani e presso il “pubblico della poesia della poetica deangelisiana. Se confrontata poi con l’eclisse di quella fortiniana (minoritaria, va detto, già lui vivente), vuol dire che essa risponde bene (come quella della Merini per fare un altro esempio) al pathos sentimentale coltivato dal pubblico ampio della poesia (dal ceto medio poetico). In poesia esso vuole – semplifichiamo un po’ – aggettivi e non sostantivi, emozioni e non pensieri (o, con Linguaglossa, si ritrova più a suo agio nel principio aggettivale che nel principio sostanziale e sostantivale).

4.
Certo, per non apparire critici bacchettoni e “invidiosi”, questo successo di De Angelis andrebbe spiegato più a fondo e inquadrato appunto nel clima postmoderno dominante ma anche nelle sue lontane radici culturali (un certo niccianesimo, l’orfismo, l’ermetismo) che in Italia sono profonde. Come andrebbe spiegato perché ««linea di resistenza difensiva» fortiniana ( e non solo) sia «rimasta inascoltata».
Linguaglossa non lo fa a sufficienza (in questa occasione) ed è un punto debole del suo discorso. Ma i suoi interlocutori e avversari giocano davvero duro ( e a volte sporco) e sembrano non avvedersi che egli giuidichi quella di De Angelis una «poesia di indubbia caratura». Non gli basta. Voglio l’inchino al nuovo Vate.

5.
Linguaglossa non lo fa a sufficienza, perché, a mio parere, a lui preme di più fare un discorso critico generale sulle poetiche (cioè su quella somma di suggerimenti, espliciti o impliciti, che influenzano la produzione poetica e la ricezione dei lettori). Ma insiste troppo sulle “responsabilità” del solo De Angelis lasciando in ombra la complessità delle cause che hanno portato alla crisi attuale della poesia.
Certo in una ottica “militante” è anche un segnale chiaro denunciare chi, con la sua poetica “aggettivale”, ha ridotto «gli spazi di manovra e di affermazione di una poesia “diversa” che si richiamasse alla via fortiniana del principio sostanziale rispetto a quello aggettivale». Ma così la discussione si restringe al piano estetico-lingustico; e sottolineare con troppa insistenza quanto l’aggettivazione di De Angelis sia «incantatoria, convalescenziale, febbricitante» o una «ricerca dell’originalità a tutti i costi» o che siamo di fronte ad un abuso di «metaforismi» (o più semplicemente delle metafore) non intacca lo spirito “superstizioso” con cui gli estimatori innamorati di De Angelis reagiscono. Essi in lui vedono e vogliono vedere ben altro (non valendo per lui le categorie che valgono per gli altri poeti, come appare bene nell’intervento di Azzolini).

6.
Attenzione. Linguaglossa non si spinge a dire che la poesia non debba raffigurare sentimenti e emozioni. Non può farlo. Sarebbe un errore se lo facesse. Ma se ha giustamente citato Fortini («La poesia deve proporsi la raffigurazione di oggetti (condizioni rapporti) non quella dei sentimenti. Quanto maggiore è il consenso sui fondamenti della commozione tanto più l’atto lirico è confermativo del sistema») non si è fermato a sufficienza sulle ragioni politiche che fanno dell’atto lirico (deangelisiano, in questo caso) una conferma del sistema. (Quale sistema? Solo quello poetico?)

7.
E questo mi pare un’altra debolezza della sua critica. Egli trova «piatto» il modo con cui De Angelis raffigura sentimenti e emozioni, trova, «scontata e prevedibile» e abbondantissima ormai la «inversione dei nessi logici e causali del linguaggio strumentale» ( l’es. del verso «Il citofono chiede ancora la tua voce»), che ha come effetto indubitabile «un isterilimento della significazione». Ma questo isterilimento della significazione, che gli sta a cuore (e stava a cuore anche Fortini) non è un fenomeno che riguardi solo la poesia e gioverebbe estendere lo sguardo alla politica, alla società, all’industria culturale, alla società dello spettacolo per vederne la tremenda portata. De Angelis, insomma, a me pare uno che ha ceduto a questo clima, vi si è adattato e le sue responsabilità di poeta, secondo me, andrebbero indagate anche sul piano etico, ma soprattutto politico.

8.
Capisco che quello che è diventato uno stile «quasi inconsapevole da parte dell’autore milanese», l’abito fisso che De Angelis indossa in poesia, fatto di «inversioni, ellissi, accentuazioni, iperboli, ablativi al posto di nominativi, e viceversa» possa non piacere al «lettore intelligente», che così respinge «un fenomeno di idioletto, di sillabazione in stato semi ipnotico, di lallismo in stato di dormiveglia» e perché è vero che «il mondo» così diventa «più lontano e incomprensibile». Ma questo non basta a spiegare il successo di De Angelis e rischia di non vedere che esso si fonda su ben altro. Direi su una Tradizione.

9.
L’obiezione che farei a queste osservazioni di Linguaglossa sulla poesia di De Angelis è la seguente: esse reggono se oggi (in poesia e non solo) l’unico «mondo» possibile fosse quello che raggiunge sempre e immediatamente la significazione.
Non è così e non è più così da molto tempo.
Non si può trascurare che un secolo di psicanalisi ci ha mostrato, l’esistenza di un mondo psichico, in cui i parametri logici non sono dominanti, che segue altri parametri. (Si ripensi a quel che Francesco Orlando diceva su Matte Blanco e ho riportato in un vecchio post…) Non si deve trascurare che, comunque, con un faticoso e intelligente lavoro d’interpretazione (dal pionieristico L’interpretazione dei sogni di Freud) certi segni ellittici, invertiti, ecc. possano significare.
Si può cioè considerare che esiste, se non un rapporto stretto (o addirittura deterministico) tra notturno e diurno, tra sogno e quello che comunemente chiamiamo realtà (quella del senso comune pratico, che ci guida nella vita quotidiana; ma anche quella delle scienze, che di fatto anch’esse sono spesso in rottura con questo senso comune…), una sorta di indefesso tragitto di un pensiero “da contrabbandieri” dal notturno al diurno e viceversa. Esso riporta alla luce i segni del sogno e, grazie al lavoro dell’interpretazione, può arrivare ad un certo tipo di significazione ( starei per dire anche di nuova significazione), non limitiandosi più alla netta bipartizione razionale/irrazionale.
Per cui – ne deduco – anche quello che in De Angelis (e non solo in lui o nei poeti di questa tradizione) si presenta effettivamente ed è forse senz’altro «un fenomeno di idioletto, di sillabazione in stato semi ipnotico, di lallismo in stato di dormiveglia», non solo può affascinare o attrarre poeti e lettori, ma può e deve essere sottoposto ad una lettura che ne rilevi i significati a prima vista reconditi o solo “irrazionali”.
Tutto un discorso teorico andrebbe qui fatto, scomodando Lukács, denigratore ad es. dell’“onirico” Kafka e Adorno estimatore delle avanguardie storiche…
10.
Linguaglossa, insomma, fotografa ottimamente la differenza tra Fortini e De Angelis. E se si vuole la sua proposta di poetica è un ritorno alla significazione fortiniana (ma non so se ne accoglie anche l’impostazione marxiana, che ne è il fondamento di pensiero..).
Ma non riesce a fare il passo avanti successivo e spiegare perché De Angelis ha avuto successo e Fortini è in eclisse.
Il suo discorso dovrebbe cominciare da qui. Altrimenti si blocca di fronte a questa “deviazione” dalla giusta “linea fortiniana”, senza capire che cosa essa può significare di per sé ( e non dico solo in bene, magari anche in male…).Certo una poetica come quella di Fortini sarebbe “migliore”, ma perché un autore pur dotato come De Angelis l’ha respinta? Solo per “odio del padre”? Solo perché ha annusato i tempi cambiati ( da La parola innamorata in poi)?

11.
Linguaglossa constata il “cambio d’epoca” («… noi oggi sappiamo di poter scrivere soltanto frammenti. Noi sappiamo che nell’epoca del declino delle «Grandi narrazioni» è avvenuta la moltiplicazione delle piccole narrazioni in una miriade di racconti miniaturizzati. La «Grande narrazione» si è risolta in una «Piccola narrazione», nella narrazione di piccoli mondi: il mondo dell’affettività privata, la rammemorazione del vissuto e la rivivibilità del «privato») ma sembra non poterlo spiegare e la ripresa della significazione fortiniana appare nostalgica e volontaristica. Come se non tenesse conto delle condizioni “reali” che hanno favorito l’imporsi della poetica di De Angelis, come se ne sottovalutasse il potere suasorio, l’aderenza maggiore al QUESTO presente, ma anche la forza che gli viene dall’appoggiarsi ad una secolare e maggioritaria tradizione.

12.
Il commento di Manzi mi permette di chiarire questo punto. Considerare fondamentale (cosa su cui facilmente sorvolano gli “innamorati” di De Angelis «la questione poesia aggettivale/ poesia sostanziale» dovrebbe significare anche prendere atto di una spaccatura in poesia tra poesia più “soggettiva” e che pone al centro l’io autointerrogantesi e poesia tendenzialmente più “oggettiva” e che pone al centro un noi possibile(altrettanto ma diversamente autointerrogantesi).
Non è una spaccatura recente. Se vogliamo possiamo risalire alle famose due linee presenti nella storia della poesia italiana: quella petrarchesca e quella dantesca, continuamente ripropostesi fino ai nostri giorni.
Non è affatto, dunque, una questione recente, una «antinomia» in cui si dibatterebbe soltanto «la poesia attuale».
Avendo lavorato in queste settimane agli Atti del Convegno di Siena «Dieci inverni senza Fortini 1994-2004», ho a portata di mano una citazione di Tito Perlini che mi pare pertinente. E la ripropongo qui. A proposito della contrapposizione tra Leopardi (ma si potrebbe sostituire con Petrarca…) e Dante, su cui Fortini aveva tenuto una conferenza al Piccolo Teatro di Milano ( negli anni Ottanta, data da recuperare…), Perlini così riassume:

«Questa contrapposizione lui [Fortini] la spiegò così: preferiscono Leopardi coloro che sono convinti che per conoscere il mondo – si ( p. 271) badi bene che qui c’è un modo per alludere a tutta la figura del lirico moderno – bisogna prima conoscere se stessi. A questo contrappose invece la convinzione, che emerge dall’opera sterminata di Dante, secondo cui bisogna conoscere il mondo per conoscere se stessi»

Ora si può, a proposito di De Angelis, dimenticare che egli in quel filone petrarchesco e poi ermetico in fondo si è immesso?
Non mi pare esatto che Manzi scriva che «la fortiniana poesia sostanziale ripropone la priorità della poetica rispetto alla poesia (il critico prima del poeta!)». Qui, come giustamente ha messo in luce Linguaglossa, abbiamo, semmai, due poetiche contrapposte. E non «la poetica» da una parte e la poesia dall’altra. E, tra l’altro Fortini è poeta (magari poeta-critico in modo diverso da come lo è anche De Angelis, che mica è *soltanto* poeta) e non ha mai proposto a nessuno di essere critico «prima» del poeta.

13.
I commenti successivi a me paiono del tutto appiattiti su questioni secondarie: non mi pare che sia il solo De Angelis il responsabile addirittura dell’avvelenamento dei «pozzi della poesia italiana», anzi della interruzione delle «sorgive» (Ludovici); non mi pare che sia il solo ad essersi “spaventato” della «civiltà industriale in fase avanzata» (Luciana Sanguigni); non mi pare interessante, come è stato notato da vari, prendere una poesia di De Angelis, esercitarvi sopra una critica “impressionistica” per dimostrare che vale o non vale; E a proposito della “discussione da blog”, oltre a non condividere i toni da tifoseria o vipereschi, c’è da notare secondo me l’inefficacia dell’inserimento di testi di riflessione ( quello di Bertoldo, quelli successivi di Linguaglossa, quelli inseriti in abbondanza da Nicola Borletti ( di Verdino, Aglieco, Casadei, Isella, Antonio Porta): ciascuno di essi richiederebbe un’attenta riflessione e discussione, ma in un contesto da blog e di scontro tra estimatori e critici di De Angelis rischiano di essere buttati sulla bilancia solo per averla vinta, non per ragionarci su. E del resto non sono una risposta che abbia una qualche influenza sui commenti più accessi, viscerali o tendenti all’attacco personale.

14.
Anche i commenti pacati e apprezzabili di Bertoldo rischiano di smarrirsi nell’intrico dei commenti “da rissa”. A me pare che Bertoldo sia giustamente cauto nel giudizio sulla poesia di De Angelis. La sua produzione non è liquidabili in quattro e quattr’otto. Credo pure che abbia posto corrette questioni ( il dubbio sull’autenticità della poesia di De Angelis), ma sia estraneo alla questione posta da Linguaglossa, anche perché condivide con De Angelis la “fonte romantica” come quella più autentica («La sottrazione salva la scrittura, salva la conoscenza e universalizza l’una e l’altra nel comprendere. Questa nostra dantesca e montaliana presbiopia consiglia dunque di tentare, come i romantici, la comprensione, che si attua nello sfinire della conoscenza». Qui c’è un punto di vicinanza o di concordanza di fondo, più che di cedimento al fascino di De Angelis. Bertoldo, in fondo, privilegia (come De Angelis) il legame eticità-poesia («quel vedere / sfioriti i versi e la morte» (Storiografia) e «insieme diverremo quel pianto / che una poesia non ha potuto dire» (Cartina muta). Conclusione che ripropone la sofferta eticità del poeta, eticità che qui acquista, come in molti altri passi, quell’affettività che ne evidenzia il profondo valore poetico») ed è meno propenso ad accogliere il legame poesia-politica che Linguaglossa pur affronta su un piano, a mio parere, ancora esclusivamente, estetico.