Marurizio Cucchi: “Rutebeuf”

Schermata 2016-01-10 alle 18.13.15

RUTEBEUF

Rutebeuf passeggiava come un santo,
guardava la facciata delle case
come ripida roccia friabile.

*

Così mi chiamo
perché il mio nome
viene da rude, e bue.

*

Era impeccabile
nel suo vestito chiarissimo di lino
quel poco appena liso e un boccolo brillante
gli ornava la fronte corrugata.

*

Povera testa e povera memoria
mi ha dato dio re della gloria
eppure non ho fiele né veleno.

*

Così mi verso nel niente,
scorro via nelle strade e nei mercati
come piscia di cane.

*

Sono ridotto in società
ma non ho più committenti.
Ho amici Jean Bodel e Baude Fastoul,
che furono i poeti lebbrosi.

*

Il pensiero come lampo d’istante
che comunica con l’infinito
e degenera nella parola.
La prosa è infida: nasconde
confini traboccanti d’insignificanza.

*

Perché portiamo addosso
questa materia cotta
o questa roba da macelleria?

*

Indossa un camicione che gli arriva
ai piedi nudi. È piccolo
come un fanciullo, e ha le dita
intrecciate sul petto,
quasi in preghiera.
Con la sua faccia tonta
e il naso trilobato
mi dà un’idea di mitezza sognante
e di una nobiltà interiore un po’ animale.
Per molto tempo ho guardato la figura
e ho riso.
Ora non più.

*

Il capitano Genestas
incontra il vecchio cretino morente:
è il loro ultimo idolo.
Ma dove questi esseri vivono
la gente crede che portino fortuna alla famiglia.
In certe valli dove abbondano
vivono all’aria aperta con le greggi.

*

All’alba sono ancora al primo sonno
e ho fatto il sogno
di questa povera pietanza.

*

Il sole era già alto
e lei nella discesa oltre il cancello
così vecchina e piccola
infagottata nel suo cappotto blu.

Non potrò più dimenticare questi pomeriggi
seduto al tavolino col tuo vermut
a vederti mangiare

e dire: “In fondo la mia vita è stata povera,
ma non mi è mai mancato lo spirito”.

*

Ma anch’io, come la madre, godo del niente,
e se odio il sole che sorge
come lo vedo subito lo abbraccio.

*

Ci siamo lavati le mani per mangiare,
dietro di me siede la madre.

*

Tutto l’avvenire è già avvenuto.
E dove sono quelli che ho amato,
che accanto a me mi ero tenuto?
Gli amici sono spariti o sparsi:
il vento li ha portati via,
amici che il vento se li porta
e che soffiava davanti alla mia porta.

*

Solo questo so fare e non c’è altro,
e mi applico pigro, superbo, negligente,
e lo faccio anche male.

*

Il maestro era il mio caro amico
e io gli avevo dato, nella mia mente,
decoro di nuovo padre, tanto che lui,
ancora dopo, ancora adesso,
veniva e viene a visitarmi in sogno.

*

Nella casa della nostra giovinezza
oltre il lavandino,
strofinavo le mani macchiate di vino
sulla pietra del davanzale,
mentre usciva dalla mezza vasca
un odore di marcio.

*

Strofinava i risvolti e i polpastrelli
sul ruvido dei muri,
come per lasciare un brandello impresso
una macchia di sé, d’inchiostro.

*

Trovandomi alla finestra d’un cavalcavia,
vidi un uomo con una carta in mano,
sopra la quale pareva che scrivesse,
poi si fece vicino alla muraglia delle case
e vidi che l’attaccava con le mani.

*

Vedevo nella stanza buia
tutte le luci del firmamento.
Il tuono mi faceva galleggiare
in squarci di vertigine e terrore
davanti all’orizzonte del mio vuoto.

*

E il colpo si era diffuso
nella testa del mio povero padre
e gli aveva spaccato la testa.

*

Non c’era bisogno di tanta violenza,
mi dicevi. Dio inverecondo
che maneggi le cause e non ti fai vedere
non farle più del male.

*

Nell’asfalto viscido del film,
la mano del pugile schiacciata da un mattone.

*

Tornando vedeva certe incisioni di Rosa.
L’uomo che indica e l’altro con una specie di turbante,
quei pochi ciuffi di barba,
un fascio di stracci lungo il corpo e i piedi.
Appoggiato a una picca, derelitto, diceva:
“Preferirei non essere soldato”.

*

Noi eravamo una casa nel mare
e adesso in terra si sono mossi i vermi.

*

Ho rotto il mio bicchiere,
tutti i bei giorni sono già passati.

*

E intanto le due donne
stavano guardando dove lo mettevano.

Note
Giocando con il proprio nome e su se stesso Rutebeuf scrive: “Rutebeuf qui est dit de ‘rude’ et de ‘boeuf'”. Del grande poeta francese, ho ripreso e interpretato alcuni altri versi come in “Tutto l’avvenire è già avvenuto”.
“Jean Bodel e Baude Fastoul”. Il poeta Jean Bodel di Arras, che fu colpito dalla lebbra, visse tra la seconda metà del 1100 e il 1210 circa. Non poteva dunque essere realmente “amico” di Rutebeuf (attivo tra il 1250 e il 1280 circa), di cui fu contemporaneo invece un altro poeta di Arras, appunto Baude Fastoul, anche lui lebbroso.
“Indossa un camicione che gli arriva…”: la figura a cui mi riferisco illustra la voce “idiotismo” nel Dizionario di cognizioni utili (vol. III, Utet, Torino 1924). La didascalia dice soltanto: “Un cretino”.
“Genestas”: personaggio di Le médecin de campagne di Balzac. Nello stesso romanzo si parla dei cretini delle valli alpine, e della loro presenza come ultimi idoli per gli altri abitanti di quei luoghi.
“Trovandomi…”. Nel primo capitolo di Storia della Colonna Infame leggiamo: “La mattina del 21 giugno 1630, verso le quattro e mezzo, una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi, per disgrazia, a una finestra d’un cavalcavia…”.
“Rosa”: Salvator Rosa.

da L’ultimo viaggio di Glenn (Mondadori, 1999)