Andrea Zanzotto: un’intervista del 2001

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di GIUSEPPE GENNA [da Clarence, 3 novembre 2001]

Una certa critica ha pensato che Meteo equivalesse a un libretto di congedo, un po’ come fu il Composita solvantur di Fortini. Con Sovrimpressioni Lei spiazza questa critica: c’è un lavoro in corso, fluido, che agglomera nuclei. Si prepara a una nuova Trilogia, Zanzotto?

Finché si sopravvive – dico fisicamente -, c’è la spinta a dire, a reagire a ciò che accade intorno e a dare rappresentazione a ciò che si vomita da dentro. Poiché la vita si rappresenta più come spravvivenza che comevivenza, , ci si abbandona a flussi di ricordi e a reazioni contro il presente: per esempio contro quello che mi accade attorno, al territorio attorno a me, e che io ho definito “cannibalismo del territorio”. Mi limito a reagire, proprio come cerca di farlo un insetto che si cerca di schiacciare. Tutta questa reazione alla superfetazione e alla frenesia del contemporaneo – anche sul piano della lingua – può apparire un aspetto neogiovanilistico: ma non lo è. Non bisogna dimenticare che, oltre a ciò che si constata nel paesaggio, c’è un fenomeno sottile e inquietante che prende piede: una sorta di duplicazione, di schizofrenia, per cui ci troviamo di fronte a uomini che devastano il territorio e poi fanno opera di solidarietà. Si assiste a un turbinio locale che corrisponde a un turbinio mondiale. E devo dire che c’è qualcosa d’interessante in questoshakeraggio, per esprimermi con orrendo termine anglicizzante.

Lei è il massimo poeta del nostro tempo e ha avuto parecchie e meritate fortune. Ha avuto però una sfortuna: è stato ingabbiato da una certa critica formalistica in un carcere che, mi pare, trova riferimento nella nota finale del suo nuovo libro, quando afferma di volere reagire a “un’invasività da tatuaggio”.

No, non mi riferivo alle etichette che mi hanno appiccicato addosso. L’invasività da tatuaggio è qualcosa che si profila come evento esterno pronto a torcere ciò che all’esterno sfugge. Noi assistemmo a ciò che i tedeschi fecero con Hölderlin. La metafora è dedotta dal racconto kafkiano della Colonia penale: la sentenza ti viene tatuata addosso, che tu lo voglia o meno.

Comunque è vero che esiste un’ipertrofia della critica, particolarmente vincente in àmbito accademico quella formalista che, a mio giudizio, ha sovrapposto calcare a strati sulla poesia. Che rapporto ha con la critica un poeta come Andrea Zanzotto?

Io ormai tendo a dimenticare. Capisco il senso di soffocamento e so benissimo che a volte si è pensato che io scrivessi per certi critici: ovviamente era un’ipotesi sbagliata. Gli incontri che ho avuto con personalità della critica hanno sempre avuto un che di fantastico e affettivo, esattamente come quando incontrai da giovane Rimbaud e Hölderlin: un incontro fantastico e affettivo, appunto, che non si è mai sciolto. Allo stesso modo ho incrociato e mi sono immerso in correnti che presentivo avrebbero innovato fortemente l’intensità e la storia del pensiero. Io miravo in basso, ai tempi del mio esordio: volevo soltanto esprimere un certo ardore iniziale con gli strumenti di cui disponevo, ma ne attendevo altri che si annunciavano. Così entri in polemica con il neorealismo (la resa dei conti l’ebbi al convegno di San Pellegrino, nel ’54). Mi pareva che stesse prendendo piede un certo storicismo baldanzoso che dimenticava Hiroshima e Auschwitz. C’era questa potente spesall’interno della sinistra, italiana ed europea, nella quale avvertivo una forzatura e un certo ecclesiasticismo. Io la vedevo diversamente, anche perché ero incline (per malattie che mi capitarono ai tempi) a una certa pesantezza, al dubbio. Il suicidio di Pavese, per esempio, mi spaventò per mesi. Nel ’50, lo stesso anno della morte di Pavese, conobbi Musatti e incontrai la psicanalisi. Ma non è a questo che si riduce il fare poesia – almeno non il mio.

A proposito di riduzionismo e di materialismo, c’è una questione che parrebbe fuori luogo affrontare a proposito della Sua poesia: è la questione della metafisica. Quando si legge in questa cosmogonia esiodea in piccolo che è Sovrimpressioni della luce che crea il mondo, o quando ci si imbatte in un verso come “ma quanto verde oltre questo verde”, onestamente, viene da chiedersi se Zanzotto non sia un poeta metafisico.

Anche a me càpita, saltuariamente, che il raggio di luce incontri lo stagno, come in Böhme, e intravveda Dio. Il problema è che il metafisico è al di là della nominabilità. La Scrittura dice: “Non nominare Dio”, e posteriormente aggiunge l’avverbio “invano”. Io non sono stirneriano, non sostengo di essere l’eccezione del Nulla. Quello che a cui faccio riferimento è il tempo: abbiamo alle spalle un passato, davanti abbiamo un futuro, noi siamo un tempo che si inabissa perché non può autonominarsi. Se devo dire in cosa credo, penso che la formula più adatta sia: una trascendenza nell’immanenza.