Arminio: Paesaggio con poeta – Su Alfonso Guida

guida

di FRANCO ARMINIO [il manifesto, 25.3.2013]

Arrivo a Ferrandina verso mezzogiorno. Vado in una salumeria dall’arredo antico. Scaffali di metallo coi legumi dentro, mobilio verniciato di bianco. Con dieci euro esco con una busta piena. La piazza del paese mi dà un senso di pace. Avverto una clemenza definitiva, non ho rancore per nessuno. E Ferrandina mi aiuta, è una dolce mattina di febbraio. Sento che in questa zona dell’Italia c’è ancora qualcosa, non so bene cosa sia, ma la sento. E la sensazione è ancora più intensa quando prendo la strada per San Mauro Forte. Vado a trovare il poeta Alfonso Guida.

La prima visione è una montagna con dei ruderi in cima che sembrano una corona. Mi fermo a fotografare. Nessuno me ne aveva parlato, mai tra le immagini della Lucania avevo visto questa montagna merlata. Andrò a vederla da vicino, ma non oggi, ora devo andare da Alfonso. Intanto il paesaggio diventa commovente. Non ci sono case, non ci sono insegne. Il grano appena nato luccica. Vedo pezzi di terreno che sembrano piccole zattere nel mare dei calanchi. Non ho fretta di arrivare. Ovviamente non passa nessuna macchina. Mi sembra di aver trovato il cuore solenne della Lucania.

Quando arrivo al paese mi sento insolitamente agile e forte. Tutto in un certo senso è come ovunque, case chiuse, due ragazzi davanti al bar, quattro vecchi nel punto della piazza dove si può avvistare qualcuno. Eppure avverto un di più. Ci sono palazzi molto belli, il paese è ben piantato, la sua pacata desolazione mi arriva dentro come un dono.

Arrivo a casa di Alfonso. La madre mi bacia come se ci conoscessimo da anni. Dopo qualche minuto chiedo ad Alfonso di leggere. In verità, preso da un filo della mia vecchia ansia, faccio un po’ fatica a seguire i suoi versi.
Li riprendo adesso che sono a casa e posso tranquillamente sfogliare i suoi libri. Oggi è domenica, è il giorno delle elezioni. Nevica da sud. Il lato della testa che mi duole è sempre lo stesso. Prima ho lungamente abbracciato la mia sposa. La tristezza di pulire sotto il divano e trovare tante cose spinte là sotto dal gatto: una noce, una penna, un euro.

Sfoglio a caso uno dei libri che mi ha dato Alfonso. Leggere le sue poesie è come mettere le mani in un armadio ad occhi chiusi: puoi prendere una camicia, il bavero di una giacca, un bottone. Prima di andarlo a trovare non avevo i suoi libri, ma mi mandava le poesie col telefonino, le poesie che scrive ogni giorno, a oltranza. La bellezza per me è tutta nel guizzo imprevisto e improvviso, come se il grande verso fosse sfuggito di mano, qualcosa che arriva a rompere l’ordito, la lingua che s’impunta, che prende una strada sconosciuta.

Quando viene la tristezza ora queste/ fiabe potrai raccontartele. I morti/ lo fanno se è inverno, specie se giunge/ l’inverno e il fuoco costruisce cento isole/ di neve. Sulle tue spalle c’è un paese che dorme.

Ecco comparire più avanti un semplice bacio che il figlio getta contro le ossa del topo. Alfonso scrive solo in endecasillabi. Ma qui d’ora in poi voglio tradirlo. Citerò i suoi versi senza indicare gli accapo (come mi arrivano via sms); citerò frammenti, scapole volanti, tibie spezzate della sua poesia.

A casa sua mentre lo filmavo la madre si lamentava del fatto che lui le fa leggere in continuazione le poesie e lei non sempre le capisce. Si lamentava anche del fatto che non fa niente in casa e non vede l’ora che vada a vivere da solo.

Intanto non mi piace questo dolore alla testa, sempre lo stesso, come se la mia angoscia fosse gelosa del fatto che vorrei occuparmi di quella di Alfonso. Ieri sera mentre ero nel letto ho sentito nel buio che entrava dal balcone un raggio nero, più cattivo degli altri, la spiga, la spina di un grano notturno.

A volte si solleva dall’ombra il dubbio che la morte esista. Finisce così una sua poesia. E io penso che la poesia non va scrutata con la ragione, ma assaggiata coi sensi, presa a morsi, a brandelli. Morderla più che leggerla, per vedere se dentro c’è sangue o segatura. Trovo impossibili e fallimentari gli esercizi critici intorno ai suoi versi. Alfonso lo puoi pescare a caso: Quando sono giunto ho visto le vigne matematiche del sud… Ci si sporca indossando l’aria consunta… S’incupisce la vecchia zuccheriera di ottone… Una serie di ansie bellicose… Vergogna in fondo alla stanchezza… Il desiderio di spogliare i morti…

Uno così andrebbe liberato dal dovere di fare il maestro elementare. Anche se spesso ricorre al congedo per malattia è comunque assurdo che il mondo non riesca a pagare in nessun modo le sue parole. Anzi, le paga lui, interamente. La follia buona è senza mercato. Girano nel mondo follie scadenti, basti pensare alla campagna elettorale, follie ampiamente rimborsate.

Alfonso abita con la madre e la sorella in una casa popolare alla periferia di San Mauro. Dice che è nato da una suora e da uno zingaro.

Dopo il pranzo domenicale ritrovo Alfonso e il suo oceano illuminato con le scimmie nere. Continuo a leggere, quasi in tutte le poesie c’è una misteriosa equazione, un piccolo tumulto verbale, un’insurrezione alla logica: L’assedio è verso la nuca, conosci la neve, le sue forbici ricamano robuste finestre. E ancora: Chiedo invece una fine. Non sia dato un limite preciso al sangue, all’estate.

Lui non scrive al computer. Tutto a mano, prima la brutta copia e poi la bella. I versi, i farmaci, l’inverno, la schiena dolente. Ora la parola emaciata non designa chi abita dentro la parola. Ormai quasi non cammina, e comunque non ha con chi uscire. E nel sangue uno snodarsi di spine e più oltre anche i lacci del sangue. Continuo a leggere, so che ogni tanto nelle sue parole troverò una crepa. Leggere poesie o scriverle è cercare un precipizio, uno squarcio, un tremore. Alfonso aveva sette anni quando ci fu il terremoto nella mia terra non lontana dalla sua. Leggo Irpinia, un suo lungo poema. Fuori, si corre ai ripari e salvi sono solo i morti, solo i morti parlano lingue di salvezza, un ateismo di frontiera. Prendo un altro libro, Il dono dell’occhio, anche questo, come Irpinia, stampato da un piccolo editore che si chiama Poiesis. Continuo il mio viaggio senza meta tra i versi. L’alba non vuole io mi congeda dal suo fosso, nel buio. Ma Dio s’impara in silenzio.

Intanto sono andato a votare, non avevo mai votato con tanta tristezza. Oggi Alfonso è un riparo, vagare tra i suoi versi mi pare un modo per sfuggire alla miseria di questa giornata. Adesso sento la mia testa come un frutto pesante e marcio appeso a un ramo secco e storto.

Cerco altri versi sul telefonino: Abbiamo custodito le case nel ventre. Ora la terra si è chiusa. Unzione degli inferi. Ecco cosa trovo in mezzo a una poesia: Severe le ossa. Severe le capacità fiabesche del sangue. Ci si insinua nella morte come per nascondere le orme nella neve. La neve ha il colore tranquillo dello sperma ed è retrograda. Mi raggiunge in un’altra questo non dormo più nel mio corpo. Vado avanti a cercare ciò che mi aveva colpito nella lettura frettolosa sullo schermo. Dio esiste a brandelli — lentamente — è la carcassa di un cane morto sull’asfalto per troppa luce.

Intanto è arrivato il buio. Ho paura che arrivi il nero cattivo di ieri sera. Non so, è come se fossi sguarnito, come se la stanchezza avesse bruciato ogni resistenza. In un verso perfino Alfonso mi appare consolatorio, ma subito la poesia riprende l’interminabile clausura di chi la scrive: Tutto, prima o poi, viene schiuso. Anche i muri si aprono. Velati da una notte interminabile. Che ogni cosa copre. Nell’oscurità, dove mi si uccide, sto in cima alla mia sete.
Alfonso è ingrassato da vent’anni di psicofarmaci. I tratti belli del suo viso sono annegati nel grasso. La sua voce oggi è lieta, può leggere, è arrivato un orecchio. Mi ero ridotto a mangiare il pulviscolo che esce dai tappeti quando li sbatti sul muro al mattino. Secondo i medici sarebbe psicotico. E allora la sua poesia è l’incrocio di paesaggio e follia. Alfonso Guida sembra un Paul Celan, con gli psicofarmaci al posto del lager. E poi c’è il Sud che ha perso la civiltà contadina e ha trovato una piccola borghesia meschina e rattrappita. La fortuna e la bellezza della Lucania è nel fatto che ci sono poche persone e dunque non si avverte l’intossicazione che si portano dietro oggi le persone. San Mauro Forte è bellissimo nonostante le palazzine anni settanta, nonostante l’incuria che ha lasciato il posto ai pasticci della ricostruzione post terremoto. La bellezza è nel fatto che il paese è immerso in un paesaggio silenzioso e selvatico. La natura che canta Alfonso non è molto diversa da quella che poteva contemplare un poeta dell’Ottocento.

Voglio tornare di maggio a San Mauro, in un giorno di sole. Ci voglio tornare molte volte. Voglio portare i miei figli e la mia sposa e tante altre persone. Non è cosa comune un paese vuoto con un poeta dentro.