Ferroni: su Giovanni Giudici

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di GIULIO FERRONI [l’Unità, 26 giugno 2004]

Quanto spera di campare Giovanni: il titolo del libro del 1993 si può estrarre un augurio e una speranza per gli 80 anni di Giovanni Giudici: per il prolungarsi della sua vita in versi, per un suo sempre rinnovato inizio (e si ricordi la poesia eponima di quel libro: «E dunque ho amato l’inizio… Io invento questo inizio al mio finire»). Sono i titoli stessi del primo grande libro di Giudici, La vita in versi, e del Meridiano che nel 2000 ha raccolto tutta la sua precedente opera poetica, I versi della vita, a sottolineare che la sua poesia è una voce che si svolge dentro la vita, che scaturisce dal distendersi della più semplice e normale quotidianità, che dispiega nei versi il ritmo dell’esistere, che afferra il respiro del tempo che scorre e lo espone incessantemente ad altre voci, a lampi di mistero, a qualcosa di perduto e di inattingibile. Se in un saggio del 1961 egli aveva definito Lo scrittore di versi come tipico umano, è vero che egli fa scaturire la poesia da un’immediata tipicità umana, identifica il sublime stesso con l’«Essere Umano semplicemente» (Ciao, Sublime, in O beatrice), non cerca nessuna sacrale eccezionalità, nessuna rivendicazione di privilegi intellettuali o politici, nessuna pretesa di crucialità storica. Il suo scrivere in versi non si pone come una concentrazione su quell’artificio dell’ écriture su cui ha insistito tanta letteratura del secondo Novecento: non intende allontanare da sé i banali residui dell’esistere, non cerca ossessivamente splendori simbolici e valori segreti, ma fa parlare un semplice vivere quotidiano. Non esaltazione sacerdotale e iniziatica, né umiliazione aggressiva della poesia, ma suo esercizio artigianale, auscultazione dimessa e «familiare» del linguaggio, in un rapporto pratico, di domestica consuetudine, con la cultura e il senso della vita del presente e insieme con gli echi e le passioni della tradizione e della storia. Giudici sta dentro la lingua della poesia non per cercarvi una forma assoluta, ma come lasciandosi attraversare dalla vita molteplice del linguaggio, dalle sue interferenze e dai suoi scambi (fittissima ed essenziale la sua attività di traduttore), avvertendo il suo darsi nel presente, il suo ininterrotto penetrare nella comunicazione e nell’esperienza quotidiana. Così egli occupa un posto del tutto particolare ed essenziale nella storia della poesia italiana dei decenni a noi più vicini: la sua attenzione alla vita ne fa certamente un esponente di punta della linea «sabiana», anche se va precisato che egli si sottrae a quel residuo di «aura» che in Saba si avvolge intorno alle «cose» anche più umili e quotidiane (come ovviamente al tormentato spessore psichico di quella poesia), e che non condivide la disposizione sabiana (e di altri postsabiani) alla «grazia» e alla «leggerezza». In gran parte della sua poesia Giudici fa parlare quel «vissuto dell’uomo impiegatizio» che è stato messo in evidenza da Andrea Zanzotto, quell’uomo «irrimediabilmente medio» di cui ha parlato Alfonso Berardinelli. Ma non si tratta di una semplice proiezione esistenziale o sociologica: il bello è che questo uomo «medio» viene a rivelarsi come l’ultimo soggetto possibile di una poesia che non voglia tagliare del tutto i ponti col suo passato, che sappia sentire in sé la continuità di una tradizione umana e culturale, che sappia resistere trasformando la lingua più normale e corrente in una «lingua che più non si sa». Giudici registra così nel modo più intenso come nella tarda modernità piena di disastri e di simulacri, di perentorie catastrofi e di evasioni virtuali, di shock e di indifferenza, la poesia non possa in nessun modo aspirare alla totalità e all’assolutezza, pretendere di cavalcare gli abissi della storia: come siano del tutto fuori luogo sia le esaltazioni eroiche o mistiche, sia i fragori del negativo, sia decentramenti, béances , disseminazioni, epifanie della differenza, ecc. Sa bene che la poesia conta poco, è quasi niente, è minima presenza, ma che proprio per questo può dar voce ad un’esperienza essenziale, entro un mondo «privato», tra «modeste care anime vive», che proprio nella loro marginalità si fanno carico del senso più vero del mondo più grande. Nella stessa banale semplicità del quotidiano, nel commercio con le esperienze «private» di un’esistenza senza clamori, questo «poco» e questo «niente» offrono un ultimo sussulto di vitalità all’amore per la poesia, per la sua tradizione, per la sua passione nell’interrogare il mondo. Ben noto è del resto il fatto che la grande scena planetaria, i poteri politici, gli organismi economici, le forme pervasive della comunicazione mettono alle corde la cultura della parola, le sue eredità, le sue irrealizzate ipotesi di civiltà: forse nel secondo Novecento i tratti più autentici di quella cultura minacciata ed aggredita hanno resistito ancora in quell’umanità «comune» a cui giudici ha voluto dar voce, nelle sue occasioni depresse e dimesse, nel nostro essere «irrimediabilmente medio», tra le pieghe di vite modeste e senza ambizioni, per cui i libri sono stati ancora un nutrimento vitale e non supporti accademici o mediatici. E non so se la situazione negli anni della virtualità e della digitalità la situazione sia del tutto cambiata, se la letteratura e la sua tradizione trovino altri terreni e altre possibilità di resistenza. Dando voce a questa attuale condizione della poesia e della cultura umanistica (forse l’unica davvero praticabile in modo autentico, non mistificato), Giovanni Giudici può cantare sia quella stessa così dimessa vita quotidiana (quella dell’impiegato e della Milano piccolo borghese) sia la Beatrice e la Minne, le figure dell’eros fascinoso, salvifico o distruttivo (ma «Beatrice – dal verbo beare/ nome comune singolare», Alla beatrice, in O beatrice), sia i passaggi e le trasformazioni dei nostri anni, speranze, illusioni e delusioni, rovesci politici e culturali: tutto si proietta così in quel punto di vista dell’umanità «media», di questi uomini «medi» che siamo tutti noi che ci occupiamo di queste cose, non vati, non maudits, on grands commis, non maîtres à penser, non guru mediatici né scrittori «di culto». E ai dati della vita comune Giudici riconduce un’inquieta indagine sul senso stesso tempo, su quella tematica che ha attraversato la tradizione occidentale dalle famose pagine delle Confessioni di S.Agostino alle più vicine riflessioni sulla temporalità di Husserl, degli esistenzialisti, dell’ermeneutica. Il passaggio del tempo, il confluire dei tempi fondamentali (passato, presente e futuro) nell’attimo che non si afferra, il cominciare e il finire che si innervano nei passaggi del tempo, il nascere, il morire, il risorgere nel tempo e nei tempi, la memoria, la nostalgia e la speranza, l’aprirsi dubbioso di un orizzonte escatologico, tutta questa materia solitamente inquadrata entro prospettive «metafisiche», viene dalla poesia di Giudici ricondotta al concreto darsi del linguaggio e del corpo, ai dati fisici, all’accidentalità dell’esperienza. La sua poesia si rivolge più volte a confrontare il presente in cui viene scritta con il passato e con il futuro del vissuto e della cultura: se il passato porta con sé il richiamo alla nascita, all’origine, alle esperienze faticosamente accumulate dall’io e dalla civiltà, il futuro porta con sé l’immagine della fine, della chiusura e spesso quella della morte. Passato, presente e futuro (anche con insistenti riferimenti all’imprescindibile nesso agostiniano) sondano i propri confini, tendono continuamente ad alterarli e a superarli, a riavvolgersi nell’emergenza della poesia, nelle impreviste combinazioni e sovrapposizioni a cui essa dà luogo. E tutto ciò appare oggi tanto più determinante, quanto più indefinito e inafferrabile alla nostra cultura appare il senso del tempo e della storia, tanto più enigmatico il nostro destino e il nostro «andare». Muovendosi tra i confini della lingua, dello spazio e del tempo, Giudici cerca spesso, anche dialogando con la tradizione religiosa, ma quasi con una dubitativa indifferenza (a cui è però connaturato il rigore della passione linguistica, della cura della parola), una possibile coincidenza tra i tempi, un «punto» in cui si possano riavvolgere e percepire insieme il passato, il presente e il futuro. Ci sono tante affascinanti poesie in cui egli tende ad afferrare (storicamente e linguisticamente, non misticamente) questo «punto», senza investirlo di chissà quali significati profondi e iniziatici, ma semplicemente sfiorandolo, toccandolo leggermente (ma non con la troppo decantata e satinata «leggerezza»): lo sente guizzare e lo lascia fuggire, come ogni parola e atto umano inevitabilmente fugge, come il tempo che scorre ci dà l’illusione di attraversarlo, ma poi si cancella e ci cancella. Nella raccolta del 1998, Eresia della sera, c’è il bellissimo Andar di fuori il latte è un malestro, dove si confronta la «misura del durare» del vecchio, il limite del suo tempo di vita, con l’improvviso dilagare del «latte al fuoco» sugli smalti della cucina: il motto che dà titolo al componimento, proferito da una «piccola serva di una volta», conduce a trasfigurare l’intera esistenza di chi parla (che scherzosamente si designa come «gran flâneur»), comparandola e identificandola con quella di chi fa la guardia al bricco perché il latte non esca fuori («trasfigurati/ I miei minuti in ore/ Di sentinella al bricco traditore»). E ciò si risolve in un fulmineo invito a sentire la temperatura del latte con il dito, per evitare che nel bollire vada fuori, risoluzione di quell’impegno di «sentinella» casalinga in un gesto curioso e un po’ gaglioffo, irrisoria e insieme stupita risoluzione di ogni esperienza nel punto del suo dissolversi: «Come in quest’aria si raggrinza/ Il tempo della vita che tracìma/ Ciò che fu immenso preso stretto in una pinza -/ Un passo ed è finito:/ Senti il latte se è caldo/ Mettici il dito». Questa interrogazione del tempo si nutre di desideri, affetti, sensazioni, scatti, rabbie, ricordi e passioni, di ironie e di sensi di colpa, di tutti gli svolgimenti della storia e della cultura, della vita privata e quotidiana degli anni che Giudici ha attraversato: così la sua poesia ha reso più vivibile e riconoscibile la nostra Italia, che ha aggiunto un filo e una luce alla trama esile della sua e della nostra vita, in un nesso di figure, di lingue, di traslazioni, di deviazioni, di ironie e di imprevistic abbandoni. Grazie, Giovanni, per questa poesia della tua e della nostra vita.