Fubini: le “Operette” e il sistema-Leopardi

giacomo

di MARIO FUBINI

Non si possono studiare le Operette Morali trascurando lo Zibaldone: non già perché le teorie esposte nell’opera definitiva abbiano bisogno di essere chiarite con i materiali ancora informi della speculazione leopardiana, ma per seguire lo sviluppo dello spirito del Leopardi, che attraverso le discussioni del suo diario è pervenuto alla sua opera definitiva. Dallo Zibaldone il Leopardi non ha nemmeno ricavato il «concetto» più caratteristico delle Operette, quello della indifferenza od ostilità della natura, quale è enunciato nel Dialogo della natura e di un Islandese, e che si presenta così inatteso e ingiustificato logicamente nel corso della speculazione leopardiana durante la composizione delle Operette: ciononostante si può ben dire che la stesura del suo diario lo ha preparato a dare le Operette così come noi le conosciamo. Le pagine dello Zibaldone, nelle quali il Leopardi ha tentato di confermare giorno per giorno la sua originaria intuizione pessimistica, stanno tra la sua primitiva disperazione e l’opera che noi studiamo, ineliminabili. Esse non sono soltanto il precedente stilistico delle Operette, ma, ben più, il necessario precedente morale. Nella prosa dello Zibaldone il Leopardi si è esercitato a staccarsi da se medesimo, a tradurre in un linguaggio impersonale la sua personale esperienza a considerare i propri casi come esempi particolari di leggi generali: in tal modo al mondo della sua esperienza immediata ha potuto sostituirsi un mondo concettuale che ha preso ogni giorno più per lui reale consistenza e ha trovato nelle Operette la sua più chiara e completa espressione.

Le Operette infatti nascono, quando il Leopardi, ripiegandosi su se medesimo, fra le molte discussioni dello Zibaldone, trova purificati e chiariti i motivi originari del suo pessimismo, formulati in alcuni concetti tra logici e fantastici, a cui egli si può rivolgere con un moto di affetto, di amore e di odio. Non ci si attenda di ritrovare in questi scritti quelli che sono stati gli strumenti della sua ricerca, i concetti filosofici, offertigli dalle sue letture: si può dire che la maggior parte delle osservazioni dello Zibaldone che potevano avere sviluppi filosofici, è stata abbandonata dal Leopardi. Così, se nello Zibaldone il Leopardi discute a lungo sul fatto dell’assuefazione, che gli sembra provare la falsità di ogni innatismo o sull’amor proprio, che egli considera come unico movente delle nostre azioni, all’assuefazione e all’amor proprio accenna nelle Operette soltanto come a fatti indiscutibili e come a cosa nota accenna, nell’Ottonieri, incidentalmente, a quella distinzione tra amor proprio ed egoismo, che ha una parte così essenziale nelle sue considerazioni di carattere etico, perché con essa pare reintrodurre un criterio di giudizio morale, pel quale sembrava non vi fosse posto nella teoria dell’amor proprio. Parimenti nulla accoglie nelle Operette dei pensieri intorno al bello assoluto, oggetto di così frequenti discussioni nello Zibaldone: nulla perché i pensieri del Parini, in cui ravvisiamo qualcuna delle osservazioni dello Zibaldone su quell’argomento sono privi di qualsiasi portata filosofica, e non dimostrano, come tentavano di fare le pagine dello Zibaldone, il carattere soggettivo del giudizio estetico, ma unicamente le difficoltà che ci impediscono troppe volte di riconoscere il valore vero di un’opera di poesia e perciò sembrano presupporre un valore obbiettivo, indipendente dal nostro giudizio. Chi passi dallo Zibaldone alle Operette, prova, ad una prima lettura almeno, il senso di un impoverimento del pensiero, dell’abbandono dei più schietti motivi filosofici e con questi di non poche acute descrizioni psicologiche: ma riconosce anche, pur che vi rifletta, che quei motivi non al Leopardi appartengono, ma ai filosofi da lui studiati e che egli da essi li aveva mutuati per rafforzare le sue convinzioni pessimistiche, ma doveva abbandonarli, appena queste gli si fossero confermate e chiarite. Un concetto, in cui il suo sentimento non sia impegnato, non può a lungo interessare il Leopardi: perciò egli si accosta, nello Zibaldone, alla filosofia e subito se ne allontana, appena che per la sua indagine hanno acquistato qualche consistenza quei concetti, che, come persone reali, possono commuoverlo, voglio dire i concetti di Felicità, di Piacere, di Noia, di Dolore, di Natura. Le Operette rappresentano il momento in cui nella speculazione del Leopardi riaffluisce, per così dire, il suo sentimento: anche il trapasso, così brusco, da una concezione della Natura ad una opposta che si rivela nel Dialogo della Natura e dell’Islandese, si potrebbe spiegare come un moto subitaneo dell’animo del Leopardi, che va oltre le conclusioni del suo pensiero quali si erano formulate nello Zibaldone, e si rivolge contro uno di quei concetti-miti, su cui più si era assottigliato il suo ingegno. Soltanto dopo la composizione di quel dialogo a quel concetto tornerà sullo Zibaldone, tentando di sviluppare filosoficamente la sua nuova intuizione, così come aveva negli anni precedenti sviluppato nelle molte pagine dello Zibaldone la sua intuizione giovanile. Veramente protagonisti delle Operette non sono tanto quei pallidi personaggi che si chiamano Ruysch o Colombo, Tasso o Malambruno, che pure, come vedremo, hanno un carattere proprio ed un valore fantastico, ma quelli che possiamo chiamare concetti-miti di Felicità, Piacere, Noia, Dolore, Natura, che si sono sostituiti nell’animo del Leopardi a più concreti oggetti di odio e di amore: la Felicità assurda e impossibile, ma vagheggiata da una invincibile nostalgia e salutata con trepido affetto ad ogni fugace ed illusoria apparizione, il Piacere fantasma ingannevole e vano e pur talvolta così vicino a noi da sembrare cosa reale, la Speranza irragionevole e pur mai del tutto vinta, allettatrice ad una vita inutile e pur suscitatrice di liete immaginazioni, Amore, così raro e miracoloso, che ci dona forse l’unica vera beatitudine a noi concessa, la Natura indifferente ed ostile, ma pur desiderata e invocata nelle stesse parole che l’accusano. Qual meraviglia che questi concetti prendano talvolta vere sembianze fantastiche, come Amore nell’ultima pagina della Storia del genere umano e la Natura nei due dialoghi in cui si presenta come interlocutrice? Ognuno di quei concetti, non soltanto questi, che si colorano in un’immagine, raccoglie, come si è visto, intorno a sé, al pari di ogni immagine poetica, i sentimenti del poeta nella loro complessità: e se non può suscitare una commozione profonda, a cui egli partecipi con tutto l’essere, non restano per altro pure astrazioni.
Certo le Operette suppongono un distacco della vita immediata, e perciò una vita sentimentale fatta più tenue e meno intensa dal lavoro dell’intelletto. Certo non si potrà trovare nelle pagine della Storia del genere umano che esaltano il potere delle illusioni, l’intensità poetica che è nei versi della maturità, in cui il poeta rievoca e rimpiange le illusioni della sua giovinezza, o nel pur commosso inno ad Amore, figlio di Venere Celeste, la profondità e la drammaticità di certi accenti del Pensiero dominante: e, se taluno nella domanda di Malambruno al demonio – Fammi felice un momento di tempo – può scorgere un motivo analogo a quello della celebre richiesta di Faust, nessuno potrà paragonare le due scene, quella del poeta tedesco, che trasfonde nel suo personaggio immediatamente tutto l’ardore dell’anima sua, e quella del poeta italiano che non esprime una richiesta erompente schietta dal suo animo, ma, dopo avere con la sua analisi dimostrata l’irrealtà del piacere, si rivolge con un sorriso melanconico a contemplare quel vano fantasma sempre sfuggente al desiderio degli uomini. Ma non per questo sono da escludere le Operette dal novero delle opere di poesia, né si deve cercare la poesia delle Operette in quei passi nei quali il poeta, come in qualche sua lettera, più direttamente si confessa, o lascia con minore ritegno parlare il suo cuore. Le Operette, non si dimentichi, sorgono in un momento di relativa calma, lontano dalla disperazione e dall’entusiasmo, dall’accorato rimpianto di un passato irrevocabile e dall’agitazione di una passione attuale: sono sempre, anche quelle che possono parere più fantastiche e commosse come l’Elogio degli uccelli e il Cantico del gallo silvestre, l’esposizione che uno spirito pacato compie dei risultati della sua meditazione e che si anima di vita poetica per il valore sentimentale che quelle conclusioni hanno per lui, ma non può mai tramutarsi in un’immediata espressione dei suoi particolari affetti, né in una vivace e disinteressata rappresentazione fantastica, nella quale i personaggi interessino di per sé indipendentemente dai concetti che sono chiamati ad esporre nel loro dialogo.
Soltanto più tardi, quando le venti operette della prima edizione saranno già da tempo composte, e con esse anche qualcuna di quelle che compariranno nell’edizione definitiva, il Leopardi potrà salutare il risorgimento pieno ed intero della sua vita sentimentale.

Meco ritorna a vivere
La piaggia, il bosco, il monte…

Allora, non basterà più al Leopardi la prosa poetica delle Operette e la poesia gli si presenterà spontanea, come sola capace di accogliere i suoi ricordi, in cui si confondono l’amaro ed il dolce, i «moti» più immediati del suo «cuore», «tristi e cari» ad un tempo, la gioia e il dolore di una vita rinnovata e tutta presente a sé stessa, ben diversi dai sentimenti lieti e dolorosi che i concetti fantastici della sua speculazione suscitavano in lui. Eppure dal Leopardi delle Operette al Leopardi di A Silvia non crediamo di scorgere il trapasso da un Leopardi filosofo a un Leopardi poeta, ma da una poesia più limitata nella sua ispirazione, inevitabilmente più povera e monotona, ad una poesia in cui confluisce, fantasticamente trasfigurata, tutta la vita di un individuo.